“I calendari appesi in cucina si sono fermati il giorno che le case son state abbandonate”.

Protagoniste di Il ritorno di Irene sono le case abbandonate dagli sfollati in zone di guerra,
le case rimaste vuote, come vuote sono le stalle e i nidi sugli alberi. E così stalle, case e
nidi si mettono in cammino attraverso la notte per fuggire alla guerra e ritrovare i loro
abitanti. La farmacia, l’osteria, la casa della piccola Irene, il cinema muto, la cuccia di Bobi,
la stalla di Nerina, scenderanno fino ai binari, in attesa di un treno che riporti chi non c’è, e
saliranno sopra il monte a rifare il paese e a raccontarsi storie nell’attesa.
Scrivere uno spettacolo per bambini che parli della guerra in generale e della Prima
Guerra Mondiale in particolare è un esercizio non da poco. Proviamo a dimenticare le
trincee, le bandiere, le ragioni degli uni e degli altri, i vincitori e i vinti, le imprese eroiche, le
leggende cresciute nel tempo. A questo ci pensano le ricerche storiche e le celebrazioni
(ufficiali) che cercano una ragione là dove ragione non c’è. Gigio Brunello, Gyula Molnar e
Alberto De Bastiani scelgono di raccontarla dando voce non agli uomini ma alle case: Il
ritorno di Irene ricorda una bella addormentata che tutti vogliamo risvegliare dal nero
incantesimo di cent’anni fa.

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